Lascia, lascia… che entrino i colori

Stamattina, come tutte le mattine, mi vesto e mi rendo conto che, ancora una volta, indosso solo nero e grigio. Purtroppo proprio come il tempo che ci regala questo mese di febbraio. “Almeno si abbina a tutto ed è elegante”, mi dico. Più tardi, in ufficio, scopro sul giornale (va bene, sullo schermo) un recente studio britannico, condotto dal London Natural History Museum, che ha messo in luce un fenomeno affascinante: il colore sta scomparendo sempre di più dalla nostra vita quotidiana. Stiamo assistendo alla grande scomparsa dei colori.
Analizzando oltre 7.000 oggetti dal XX secolo ad oggi – vestiti, auto, elettrodomestici – i ricercatori hanno osservato una netta tendenza all’uniformazione cromatica. Mentre negli anni ’70 dominavano i colori vivaci, ora regnano sovrani i toni neutri: grigio, nero, bianco e beige.
Questa evoluzione dei nostri gusti riflette anche quella dei nostri stili di vita, delle nostre aspirazioni e, forse ancora di più, delle nostre paure. Mi spiego meglio.
Da un lato, percepiamo i colori neutri come più intramontabili, più facili da abbinare e, soprattutto, più rivendibili sul mercato dell’usato. Un maglione nero è un capo essenziale, un’auto grigia trova più facilmente un acquirente sul mercato dell’usato e un divano beige si adatta a qualsiasi arredamento.
Una storia di buon gusto
Il nero e il grigio sono colori versatili che riducono al minimo il rischio di sbagliare, è vero. Indossare una camicia gialla o comprare un divano rosso sono scelte che sembrano andare contro il “buon gusto” dominante. E ricordati, il buon gusto, secondo Bourdieu, lungi dal riflettere le nostre reali preferenze, è ciò che ci distingue dalle classi popolari. È proprio in questo senso che è nato il movimento punk negli anni ’70. Opporsi ai diktat borghesi asettici, prendendosi tutte le libertà possibili e celebrando ciò che viene percepito come “di cattivo gusto” da loro. L’altro giorno mi sono imbattuto per caso in un triste post su Instagram che consigliava di vestirsi di beige, bianco o nero e di eliminare i colori per «sembrare ricchi».
Oggi un telefono rosa o verde è una rarità, e quando c’è, si tratta di un modello base – prova che il colore è ormai visto come un passo indietro. Ricordo di aver assistito a una riunione in cui un uomo ha detto a un altro, che sfoggiava una cover per cellulare giallo e verde fluo, non senza un pizzico di disprezzo: «Cosa ti ha spinto a scegliere questi colori?» Con un’aria che sembrava dire: «Perché non ti adegui? Che messaggio vuoi trasmettere?» È probabile che questa persona voglia esprimersi attraverso i propri gusti e le proprie aspirazioni senza sentire la pressione di dover assomigliare agli altri per essere accettata e compresa. E sarebbe fantastico. Ho sempre ammirato le persone “piene di colore” che non hanno paura di esprimere la propria unicità.
La paura del giudizio

In un mondo in cui l’immagine è onnipresente e costantemente sotto i riflettori sui social, la neutralità rappresenta una forma di conformismo e, quindi, di protezione. Ed è proprio qui che si tocca un punto delicato: Instagram, TikTok, Pinterest e simili hanno accelerato l’uniformazione dell’estetica. Le tendenze home design ne sono l’esempio perfetto: una valanga di salotti bianchi e beige. Diventa difficile distinguere un appartamento dall’altro, tanto i codici sono identici.
La scomparsa dei colori non riguarda solo la moda o l’arredamento, ma anche gli oggetti di uso quotidiano. Anche i nostri telefoni sono tutti neri o grigi. E anche i nostri computer. Le nostre auto, i nostri smartwatch, le nostre cuffie… L’era dei gadget dai colori vivaci, come gli iMac traslucidi e sgargianti degli anni 2000, sembra ormai finita. Oggi regna la dittatura del grigio antracite.
Eppure, le neuroscienze hanno dimostrato che i colori influenzano le nostre emozioni. La gratitudine e l’equilibrio, per esempio, sono spesso associati al verde, mentre il marrone è più legato alla vergogna o alla rabbia. Il giallo evoca spesso gioia e ottimismo.
Allora ci si può chiedere: la progressiva scomparsa dei colori è forse segno di un raffreddamento emotivo collettivo? Se ci circondiamo di beige, grigio e nero, stiamo forse cercando in realtà di contenere le nostre emozioni, di neutralizzarci?
Non ci stiamo forse privando di un rapporto più emotivo con gli oggetti? Un tempo, possedere un oggetto colorato era un modo per affermare la propria personalità, il proprio gusto e persino il proprio status sociale. Oggi la neutralità è diventata la norma, al punto che l’unica fantasia ammessa, quasi per sottinteso, è quella degli accessori.
La storia ci riporta sempre al colore
Mi sono ovviamente chiesta se questa tendenza fosse da interpretare come una presa di coscienza ecologica. Si potrebbe pensare che l’abbandono dei colori vivaci vada di pari passo con la volontà di consumare in modo più sobrio. L’estetica minimalista, resa popolare dal movimento less is more, promuove un arredamento essenziale e abiti neutri, ma questa neutralità cromatica non impedisce il consumo eccessivo. Comprare dieci maglioni grigi non è più ecologico che comprarne uno rosso. Allo stesso modo, un interno tutto beige non è necessariamente sostenibile se si basa su mobili usa e getta prodotti in serie. La vera sobrietà non sta nel colore, ma nella scelta di materiali sostenibili, oggetti di qualità e un consumo consapevole.
La storia ci insegna che il colore è spesso il riflesso dello stato d’animo di un’epoca. Negli anni ’30, in piena Grande Depressione, la moda cupa e sobria rispecchiava un clima cupo e austero. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Christian Dior lancia il suo famoso “New Look”: abiti dai colori vivaci, simbolo di rinnovamento e speranza. Più tardi, tra gli anni ’60 e ’70, l’esplosione di colori accompagna i movimenti di protesta, l’ottimismo e la libertà di espressione. A partire dagli anni 2000, con il susseguirsi di crisi – sanitarie, economiche o ecologiche che siano – i colori vivaci hanno perso terreno, lasciando spazio a una tavolozza più sobria. Più recentemente, dopo la crisi del Covid-19, Pantone ha eletto per il 2023 il “Viva Magenta”, una tonalità vivace e vibrante, che dovrebbe incarnare un ritorno all’audacia. Se oggi scegliamo il grigio, il nero e il beige, forse è perché viviamo in un’epoca in cui il rischio fa paura e si cerca di evitare gli errori.
Il colore è l’audacia della gioia

In questo contesto, se scegliere un colore neutro significa passare in secondo piano a favore della norma, scegliere il colore significa scegliere di esistere. E dalla mia breve esperienza, sentirsi vivi rimane una delle più grandi fonti di gioia e di gratitudine.
Il colore non dovrebbe essere visto solo come un semplice elemento estetico, perché è molto di più. In natura è essenziale. I fiori fanno a gara con i colori (e quindi con la bellezza) per attirare il maggior numero di impollinatori e garantire così la sopravvivenza della loro specie.
Il colore è un’espressione di vitalità, piacere ed emozione. Osservando la progressiva scomparsa dei colori dalle nostre vite – nei nostri vestiti, nei nostri interni, negli oggetti di uso quotidiano –, ci si può chiedere se ciò rifletta una certa atrofia del piacere e una certa riservatezza nel modo in cui proviamo gioia.
Del resto, a guardarci meglio, il colore funziona proprio come la gioia. Si irradia intorno a sé, immediatamente. Non si controlla, si prova. Attira lo sguardo, provoca una reazione e segna la nostra presenza.
Il fatto che stiamo lasciando che i colori svaniscano gradualmente può essere il segno di un rapporto più timido con la gioia. Viviamo in un’epoca in cui si valorizza la discrezione, in cui si privilegiano la moderazione e la sobrietà. La neutralità cromatica diventa una metafora della nostra tendenza a smussare le emozioni, a evitare ciò che potrebbe essere troppo vivace, troppo marcato, troppo singolare.
La gioia contro la paura del giudizio
L’uniformità dei colori rivela anche una forma di autocensura collettiva, in quanto il colore rappresenta l’audacia, la spontaneità e, soprattutto, la necessaria imperfezione.
La vera gioia non nasce né dalla moderazione né dalla prudenza. Nasce dal lasciarsi andare, dallo slancio spontaneo, dal piacere di giocare con le forme, i colori, le texture. Nasce dall’osare, senza cercare di piacere a tutti. Il colore è una presa di posizione. Esprime uno stato d’animo, uno slancio. In una società che valorizza sempre di più il controllo e l’uniformità, il colore è sempre stato un atto di gioiosa resistenza.
Diciamolo chiaramente: il bianco, il beige e il nero sono bellissimi da indossare, e non si tratta certo di bandirli. Ma in questo mese di febbraio che fatica a lasciare entrare il sole, resistiamo alle penombre delle nostre vite e lasciamo, lasciamo entrare i colori.
Con affetto,
Inès Leonarduzzi.

Inès Leonarduzzi è una socio-ambientalista. Qualche anno fa ha fondato una ONG che difende e promuove un digitale meno energivoro e più rispettoso del nostro cervello. È autrice del saggio *Riparare il futuro* (Ed. Observatoire, 2021) e tiene conferenze in Francia e all’estero su vari temi, dall’ambiente alla cultura, passando per i nostri nuovi modi di vivere (insieme). A volte le capita anche di scrivere poesie. Ogni mese, per tutto il 2025, ti propone di ritrovarti su Aroma-Zone.com per parlare del tema della gioia, così da esplorare insieme le possibilità per una vita quotidiana che, nonostante le sue incognite, valga la pena di essere vissuta.