La gioia è un trattamento

La cultura dell’urgenza
L’estate sta arrivando e con lei la voglia di stare all’aria aperta, di partire da qualche parte e lasciare da parte lo smartphone. Quindi, sbrigati: devi chiudere le pratiche in sospeso, liberarti dalle riunioni che non finiscono mai. Rispondere, subito, destreggiarsi tra le decine di richieste quotidiane, non agire più davvero ma soprattutto reagire e sopravvivere alla pressione di essere sempre presenti e fare bene, perché si ha paura di perdersi qualcosa. Non potendo partire per le vacanze quanto vorremmo, viviamo le nostre vite come se fossimo in un corridoio dell’aeroporto. Tra due partenze, due schermi e due momenti di apnea.
Allora “imperializziamo” il tempo. Cioè, il adesso, subito diventa un sovrano autoritario, una forza dominante che domina tutti gli altri tempi possibili (il tempo lungo, la prospettiva, la maturazione…). E di fatto, l’istante prevale sulla durata: privilegiamo la reattività a scapito di la continuità, vogliamo risposte e risultati immediati. I momenti di vuoto scompaiono. Questa cultura dell’urgenza, che disprezza ed elimina i momenti di ricarica, ci costringe a uno stato di ipervigilanza continua, aggravando sempre di più la nostra difficoltà a pensare con chiarezza o a provare vera gioia.
La cura, proprio come la gioia, richiede tempo
Tutto è urgente, quindi, tranne la cura di sé, che viene messa in secondo piano. Questo vale ancora di più per le donne, che si sentono più in colpa degli uomini quando si concedono un po’ di tempo libero o di svago. Le donne hanno 5 ore di tempo libero in meno a settimana rispetto agli uomini – ovvero circa 10 giorni interi all’anno. Prendersi cura di sé richiede tempo, e anche la gioia. E non ne abbiamo più. I corpi si stancano proprio mentre viviamo in una società ossessionata dall’allungamento della vita.
Nella cultura dell’urgenza (che tra l’altro non è una cultura ma una fuga), non c’è cura e quindi non c’è nemmeno gioia. La gioia richiede cura. Non il piacere immediato, la scarica di dopamina di un compito portato a termine, di un messaggio ricevuto, di un “mi piace” guadagnato, no. Parlo della gioia vera che prende forma in modo duraturo nella presenza a se stessi, agli altri e alla bellezza del mondo. Senza cura, niente legami, niente fiducia, niente memoria condivisa. Ci vuole cura per amare, per pensare.
La cultura dell’urgenza non solo ti sfinisce, ma è anche profondamente in contrasto con la possibilità di provare gioia.
I tempi che corrono vogliono tutto: efficienza, produttività, crescita e, come bonus, la felicità. Per questo frammentano l’attenzione, restringono il tempo, privatizzano il respiro, vendono la distrazione come un bisogno e l’urgenza come uno stile. Risultato: la gioia si affievolisce. Il vuoto, che abbiamo disimparato a vivere, ci terrorizza e l’inazione ci fa vergognare.
La frenesia dell’urgenza ha un prezzo. Lo stress cronico attiva continuamente la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress. A basse dosi stimola, è vero, ma a dosi elevate e nel lungo periodo affatica il sistema nervoso, impedisce un sonno ristoratore, indebolisce il sistema immunitario, esacerba l’irritabilità e accentua la perdita di punti di riferimento. Io gestisco benissimo lo stress. Meglio così, ma ti sta comunque rovinando.
Le conseguenze si riversano anche sulla vita lavorativa. Non c’è più tempo per riflettere e la dedizione al lavoro diventa una lotta. A forza di non avere mai il tempo di fare le cose per bene, ci si abitua a fare in fretta. E il pensiero? Si atrofizza. La creatività ha bisogno di vuoto, di silenzio e di deviazioni. Quindi di perdere tempo. Si dispiega quando la mente può vagare. Più siamo reattivi, meno siamo creativi. I dirigenti lo sanno bene: più si ha fretta, meno si pensa in modo strategico.
Per cogliere la gioia, bisognerebbe senza dubbio riconoscere e riabilitare la vulnerabilità. Moderare il fenomeno della busyness (l’arte di essere sempre occupati) come imposizione e atteggiamento sociale. Ma anche, e forse soprattutto, destigmatizzare il riposo, smettere di glorificare il «fare qualcosa a tutti i costi, sempre». Prendersi cura richiede tempo. Ti costringe a rallentare, a guardare, ad ascoltare. A non sapere tutto subito. È, lo so, insopportabile in un’epoca che confonde decisione e precipitazione, autorità e brutalità, prestazione e panico.
La cura è politica anche in quanto resiste alla produttività e all’imposizione di un futuro immaginario, perché sa che una società che trascura la cura diventa una macchina tritacarne. La cura vive nel rallentamento volontario e nel recupero delle nostre temporalità intime.
Ritrovare il tempo, una pausa alla volta
Allora, cosa fare quando tutto sembra costringerci a correre? Bisogna osare quella pausa che precede il «sì», il clic, la risposta all’e-mail. Una pausa che ci fa tornare a esistere: ho il diritto di aspettare. Ritrovare il proprio ritmo e non più quello degli altri. Respirare, ascoltare, camminare senza meta, senza pressioni e senza telefono. Concedersi un’ora di lentezza, a casa o al lavoro, è una cura.
Ripensare il lavoro come relazione
A chi è ai comandi: smettila di confondere la velocità con l’urgenza. La maggior parte delle cose può aspettare fino a domani. No, l’e-mail serale non è una prova di impegno, è un’intrusione, un eccesso di zelo che costa caro alla salute mentale collettiva. Impariamo a stabilire le priorità, perché la gentilezza non è nemica dell’esigenza, ma la sua condizione di possibilità nel lungo periodo. Ci vogliono confini chiari, ormai lo sappiamo: una netta separazione tra lavoro e vita privata. La libertà di non rispondere subito e, soprattutto, il diritto al vuoto, nel senso che il vuoto non è nulla, ma il luogo che rende possibile il legame.
Ristabilire la cura come bene comune
Non dovremmo rendere la cura una questione privata. La cura è una questione pubblica e politica. Mentre sempre più operatori sanitari si tolgono la vita sotto il peso di un carico di lavoro insostenibile e della mancanza di risorse, l’assistenza è tutto ciò che permette a un essere umano di restare in piedi. Le risorse sono ferie dignitose, congedi parentali o anche servizi di ascolto. Un riconoscimento, sia economico che simbolico, per chi si prende cura degli altri, dei nostri anziani, dei bambini, del nostro pianeta. È questo il cuore di una nazione che non diventa cinica.
Restituire forza alla vulnerabilità
Ci hanno insegnato a vergognarci dei nostri difetti, a nascondere le nostre fragilità dietro i risultati. È un errore. La vulnerabilità non è un difetto, ma al contrario la condizione fondamentale per l’incontro. Permette l’intimità, l’empatia, la solidarietà. In realtà è un dono. Come scrive Cynthia Fleury, «la nostra fragilità è una risorsa».
La gioia è quindi figlia della cura.
Ma è anche attenzione e disponibilità. Nasce quando il corpo non è più sulla difensiva e quando la mente non è sovraccarica. Ha bisogno di irregolarità, di imprevisti e di un po’ di ombra. Quando tutto diventa urgente, niente è più davvero vivo. La gioia, come bisogno collettivo, ha bisogno di corpi riposati e di silenzi vissuti.
Dove c’è gioia, c’è legame. Dove c’è legame, c’è ancora un po’ di umanità. In un’epoca di urgenze, bisogna reimparare a distinguere ciò che è urgente da ciò che è essenziale. La gioia è essenziale.
Con affetto,
Inès Leonarduzzi.

Inès Leonarduzzi è una socio-ambientalista. Qualche anno fa ha fondato una ONG che difende e promuove un digitale meno energivoro e più rispettoso del nostro cervello. È autrice del saggio *Riparare il futuro* (Ed. Observatoire, 2021) e tiene conferenze in Francia e all’estero su vari temi, dall’ambiente alla cultura, passando per i nostri nuovi modi di vivere (insieme). A volte le capita anche di scrivere poesie. Ogni mese, per tutto il 2025, ti propone di ritrovarti su Aroma-Zone.com per parlare del tema della gioia, così da esplorare insieme le possibilità per una vita quotidiana che, nonostante le sue incognite, valga la pena di essere vissuta.