Guida di sopravvivenza (non esaustiva e completamente soggettiva) per un ritorno al lavoro all’insegna della gioia
Ho sempre pensato che settembre avesse il sapore di una promessa delusa. C’è in questo mese un mix paradossale: l’entusiasmo di un bambino che affila le matite e la stanchezza di un adulto che sa già che la lista delle cose da fare avrà la meglio. Si sogna una lavagna nuova, ma ci si ritrova con le briciole di prima dell’estate. Il corpo non ha ancora lasciato il mare, si trascina dietro una languidezza solare, ma l’agenda, quella, urla già a caratteri cubitali. Diciamolo chiaramente: settembre è il lunedì mattina dell’anno.
Settembre, oltre alla poesia dell’autunno, è il mese degli obblighi. Devi essere riposata, organizzata, creativa, efficiente, fonte d’ispirazione, di buon umore e, se possibile, ancora abbronzata. Eppure. Se ci pensi bene, settembre potrebbe essere un mese meraviglioso per quello che ti permette di fare, a patto di riscrivere la sceneggiatura. Ecco quindi una guida di sopravvivenza assolutamente soggettiva, vagamente poetica e forse un po’ utile.
1. Non confondere il rientro a scuola con la rivincita

Ogni volta che ricomincia la scuola, è sempre la stessa storia. Vorremmo che tutto ripartisse alla grande. Riprendere le redini di una vita che siamo riusciti a malapena a mettere in pausa perché, in silenzio, ci diciamo: quest’anno ce la farò.
Con il tempo e l’esperienza ho imparato che un anno che inizia non è mai una rivincita sull’anno passato. “Ritorno a scuola” suona come “tornare”, e tornare non significa necessariamente conquistare. È una continuità di ciò che è stato costruito; da qui l’importanza di apprezzarne ogni istante. Come scrive Annie Dillard in The Writing Life, «il modo in cui trascorriamo le nostre giornate è, ovviamente, il modo in cui trascorriamo le nostre vite». È nei gesti quotidiani, anche quelli più banali, che si scrive l’architettura profonda di una vita.
A settembre non si gioca tutta la vita, forse solo una pagina, al massimo. Conserviamo un pezzetto d’estate dentro di noi, un po’ di sale tra i capelli. Continuiamo a cenare in terrazza anche se la luce cala, prolunghiamo le letture tranquille a casa o in metropolitana. Settembre, nonostante le scarpe troppo strette dei bambini, i messaggi non letti che ci stringono lo stomaco e il panino che inghiottiamo tra una videochiamata e l’altra, è soprattutto un mese di transizione. Non ci entri come se fosse un ring. Adatti la tua agenda ai tuoi ritmi di vita. Ti ritagli un momento senza schermi. Ti ci infili e questo richiede un po’ di delicatezza verso te stesso. Reinventiamo il lunedì mattina senza cedere alla dittatura del «tutto subito e a tutta velocità». La dolcezza è l’altro nome dell’arte di resistere.
2. Leggi un libro scritto da una donna a settimana
Una pagina o anche solo un paragrafo: leggere le donne significa regalarti uno specchio senza travestimenti. Significa sederti accanto a una voce che non spiega il mondo dall’alto, ma lo osserva di sbieco, da dietro le quinte, dai meandri e dai dolori silenziosi. Leggere le donne, ricordarsi che non sei sola a provare ciò che provi, né pazza a pensare ciò che pensi. Leggere le donne significa riallacciarsi a una discendenza di idee e lotte che spesso ci è stata nascosta.
Clarissa Pinkola Estés sussurra alle donne stanche di doversi dimostrare che hanno ancora dentro di sé l’intuizione, l’istinto e le mani piene di vita selvaggia. Audre Lorde insegna che tacere significa dissolversi e che la rabbia può diventare luce. Annie Leclerc scrive sulla maternità come prova politica della tenerezza. Mona Chollet smantella il patriarcato mentre Rachel Cusk rende tangibili le invisibilizzazioni della vita quotidiana. Fatima Mernissi osa la libertà dove non la si ritiene possibile e Hélène Cixous trasforma il corpo delle donne in un territorio di linguaggio. Soraya Chemaly, invece, scrive del diritto di non doversi più scusare.
E a volte non sono né romanzi né saggi quelli che leggi. Sono lettere, diari, frammenti, poesie. La campana del pericolo di Sylvia Plath, Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, le lettere a D. di André Gorz, ma anche quelle di Nawal El Saadawi, di Ananda Devi, di Linda Lê. Lampi di lucidità nel frastuono. Bisogna leggere le donne perché le loro parole rafforzano il nostro essere. Agiscono come una trama solida nel tessuto sfilacciato delle nostre giornate. Leggere una donna ogni settimana, significa prendersi cura di se stessa.
3. Osare l’onestà al lavoro
Si parla molto di vulnerabilità, di «leadership autentica» nei circoli di LinkedIn e simili. Ma nella realtà, soprattutto per una donna che lavora, dire «sono stanca» o «ho bisogno di tempo» può costare caro. In un mondo del lavoro ancora in gran parte strutturato sulla performance continua, l’onestà rimane un lusso raro riservato a chi ha già dato troppo (di tutto).
Allo stesso tempo, non dire nulla logora. A forza di stringere i denti, si smette di rispettare se stesse. Allora cosa fare? Non dire tutto (e non a tutti), ma ritrovare l’equilibrio con se stesse rivalutando ciò che si accetta e ciò che si riesce davvero a sopportare.
A volte si inizia scrivendo nero su bianco i propri limiti e rileggendole regolarmente. Significa, per esempio, saper dire durante una riunione: «Sono d’accordo con questo progetto, ma non a questo ritmo. Vi propongo una pianificazione più realistica». E quando il sistema non permette nemmeno questo, quando punisce il minimo commento come se fosse un segno di disimpegno, allora non sei tu ad essere fragile. È il sistema ad essere malato. Bell hooks ricordava che “il lavoro non dovrebbe distruggerci.” Se parlare ti mette in pericolo, significa che quel posto non è fatto per durare.
4. Ascolta il tuo corpo
Il corpo lo sa sempre prima di noi quando il ritmo è sbagliato. Un torcicollo, il fiato che si fa più corto sulle scale, qualche piccolo vuoto di memoria. Il corpo parla attraverso emicranie, insonnia e palpitazioni. E noi ci rifiutiamo di ascoltarlo.
Settembre è un buon momento per invitare il corpo al tavolo delle decisioni: il corpo è una bussola prima ancora di essere carburante per la macchina. Aristotele scriveva che il pensiero è inseparabile dalla sensazione. Se ignoriamo il corpo, lui si fa sentire con più violenza.
La filosofa Cynthia Fleury parla della salute come del nostro «primo capitale esistenziale». Tutto parte da lì: senza di essa, nulla ha valore. Possiamo perdere un lavoro, una casa, una certezza — ma se perdiamo la salute, è tutto il resto che crolla.
In Sisters of the yam, bell hooks (ancora lei, sì) sostiene che prendersi cura di sé sia un atto politico in un mondo che ci preferisce esauste. Prendersi cura di sé, della propria salute e della propria gioia significa, secondo hooks, rifiutare la logica patriarcale e capitalista che logora le donne fino all’esaurimento. Si tratta di rifiutarsi di lasciarsi spezzare. In un ambiente dove la velocità la fa da padrona, dove l’imperativo di essere “resilienti” sostituisce troppo spesso la giustizia sociale, ascoltare il proprio corpo è una forma di resistenza radicale.
Non abbiamo un corpo di ricambio. Abbiamo solo questo, segnato e a volte stanco, ma sempre meraviglioso. Restituirgli la voce significa riprendere un potere perso da tempo.
5. Non sfuggire al disincanto, ma attraversarlo
A volte settembre non inizia con la gioia del rinnovamento, ma con un senso di smarrimento, di stanchezza. Una sorta di disincanto, mentre tutto intorno a noi spinge ad andare avanti. Vorremmo che quell’energia sgorgasse come il primo giorno dell’anno, ma non arriva. Questo divario è un segnale.
La mancanza di slancio, la stanchezza al risveglio, l’irritazione all’idea di ricominciare come se nulla fosse cambiato, tutto questo merita di essere ascoltato. Forse un desiderio si sta incrinando, per lasciare spazio a un altro. Albert Camus scrive che l’autunno è una seconda primavera in cui ogni foglia è un fiore.” Dobbiamo imparare a leggere la caduta in modo diverso. Ciò che cade non muore sempre, ma fa spazio. Ciò che si scioglie a volte ci libera da un patto ormai obsoleto. La filosofa Pascale Seys parla del disincanto come di un processo di maturazione non sempre piacevole, ma naturale. Secondo lei, non si cresce senza perdere certe illusioni. Lo credo anch’io.
Il pericolo è voler scappare, non voler vedere. Riempire in fretta le crepe. Tappare un programma, una carriera, una vita di coppia o un’agenda genitoriale che non ci soddisfa più. A volte bisogna accettare il vuoto. E porsi questa domanda enorme: È ancora lì che mi sento viva? La poetessa Rupi Kaur scrive:“Se sei nata con la fragilità di cadere, sei nata anche con la forza di rialzarti.” Bisogna saper danzare con il disincanto per dare il via alle necessarie riscritture. La lucidità non è mai la fine del sogno, ma solo la fine dell’illusione. E a volte, è solo da lì che si può davvero iniziare a creare qualcosa di sincero e duraturo.
6. Ridere (davvero)

Trova qualcuno — un’amica, una sorella, un partner, un bambino — che ti faccia ridere fino alle lacrime. Ridere senza motivo, soprattutto senza ritegno, fino a doverti asciugare gli occhi con la manica. Concediti questo lusso. Vale più di tutti i bilanci, di tutti i progetti pianificati nei minimi dettagli. In L’arte della gioia, Goliarda Sapienza scrive questa frase indimenticabile: «Voglio tutto: la vita, l’amore, la lucidità, il piacere e la lotta. » Ridere è tutto questo insieme. È una fuga verso la tenerezza… e la prova che, nonostante le assurdità del mondo, si respira ancora. Ridere è ricordarsi che si è vivi anche nelle avversità.
Ridere è come un’isola di ossigeno. È ritrovare quella parte di infanzia che non è scomparsa, nonostante le responsabilità, i pensieri e gli impegni condivisi. È un atto di dignità intima e di salute pubblica. A volte abbiamo imparato così tanto a essere serie, professionali, credibili, che ci dimentichiamo che anche la nostra risata ha autorità e può liberarci. Quindi a settembre, se dovessimo pianificare una sola cosa fuori dall’agenda, che sia proprio questa. Una serata senza obiettivi, una chiacchierata che va fuori dagli schemi, una commedia sciocca che ti fa stare bene. La risata è una vittoria. A volte è persino una strategia di gioia di fronte a tutto ciò che vorrebbe buttarci giù.
Settembre si aspetta che siamo perfette, con aspettative irrealistiche. Rompiamo questo schema. Si tratta di ripartire da dove siamo, con quello che abbiamo, e anche con quello che siamo diventate durante l’estate e negli anni precedenti. In realtà, settembre ci offre la possibilità di ricordarci che non siamo sole. Altre donne prima di noi hanno attraversato questi momenti di attrito tra i propri slanci e la realtà. Ne hanno tratto opere, poesie, frasi potenti. E in questa discendenza di significati e lotte, c’è posto anche per noi.
Ti auguro di ballare, di volteggiare tra i soli e le intemperie, in questo mese di settembre.

Inès Leonarduzzi è una socio-ambientalista. Qualche anno fa ha fondato una ONG che difende e promuove un digitale meno energivoro e più rispettoso del nostro cervello. È autrice del saggio *Riparare il futuro* (Ed. Observatoire, 2021) e tiene conferenze in Francia e all’estero su vari temi, dall’ambiente alla cultura, passando per i nostri nuovi modi di vivere (insieme). A volte le capita anche di scrivere poesie. Ogni mese, per tutto il 2025, ti propone di ritrovarti su Aroma-Zone.com per parlare del tema della gioia, così da esplorare insieme le possibilità per una vita quotidiana che, nonostante le sue incognite, valga la pena di essere vissuta.