Assaporare la gioia solitaria

Stavo camminando da sola verso la spiaggia. Erano appena le dieci. L’oceano si infrangeva in sottofondo e la sabbia non era ancora stata calpestata dalle famiglie che presto sarebbero arrivate. Ho lasciato il telefono in macchina. Niente podcast, niente musica, nemmeno un libro. Solo un asciugamano arrotolato sotto il braccio, un costume bagnato addosso e quella strana sensazione di non avere nient’altro da fare. Mi sono tuffata nell’acqua viva e un po’ fredda in un colpo solo. Ho nuotato lontano dalla riva finché non ho più sentito la presenza dei primi bagnanti. Lì, galleggiando da sola nell’Atlantico, ho sentito il mio corpo tornare a essere un territorio che mi appartiene. Un corpo vivo e sereno, offerto al sale e al cielo.
È una gioia che conosco poco perché spesso me ne dimentico. Bisogna dire che non ti incoraggiano molto a provare questa gioia quando sei una donna, una madre o anche un’imprenditrice. Ci insegnano a essere disponibili, visibili, utili. Scomparire per respirare meglio? Che indecenza, che egoismo. Eppure penso a Karen Blixen, che scriveva con l’oceano e i dolori alle spalle. A Marguerite Duras, che preferiva il mare a tutto il resto perché il mare, lui, non parla. Penso a tutte quelle donne che hanno trovato nel silenzio, nella lentezza e nel sale ciò che serviva per ritrovare se stesse. Quella mattina, nell’acqua fredda della Vandea e per una manciata di minuti rubati, non ero niente per nessuno. E forse è proprio per questo che mi sono sentita così piena.
Crediti: Holly Stapleton

C’è un silenzio tutto estivo. Si diffonde nelle città svuotate, nelle campagne più affollate e nelle mattine in cui le strade aspettano solo di essere abitate. È un silenzio denso e ovattato che non chiede nulla. L’estate ci piace proprio per questo, perché ci convinciamo che finalmente ci restituirà a noi stessi.
In questa tregua calda e dolce, dove gli impegni si allentano e i corpi si spogliano, riappare una forma esaltante di gioia: la gioia solitaria. La riconosci perché è l’unica che non cerca di dimostrare nulla. Non si può immortalare in una foto. La solitudine a volte è subita, ma poiché qui è voluta, ci coglie di sorpresa per far rinascere le nostre passioni assopite. Sei sola e quindi piena, a vivere un momento senza pressioni, lontano dal dovere imperioso di essere sempre disponibile.
Viviamo in una civiltà che confonde solitudine e isolamento, che teme la prima e rende invisibile il secondo. Una civiltà che sopravvaluta l’interazione, la collettività e la sociabilità estenuante. Hannah Arendt ci dice che la solitudine volontaria è la condizione del pensiero libero: solo lei ci fonda. In questo marasma, la gioia solitaria è un antidoto, un calmante contro il rumore del mondo. Senza tagliarci fuori dagli altri, ci offre un incontro con noi stessi.
In Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf rivendica lo spazio mentale e il silenzio necessari alla scrittura e al pensiero femminile. Questa stanza è un luogo ma anche un momento di tregua, un rifiuto della dispersione. E a volte ci vuole una vita intera per concedertela. L’estate, invece, te la offre di punto in bianco: rende possibile quella stanza.
La gioia solitaria si trasforma allora in un laboratorio invisibile. Le neuroscienze lo hanno dimostrato: i momenti di solitudine volontaria stimolano una zona del cervello che la ricerca chiama MPD, la “modalità predefinita del cervello”, che si attiva quando non facciamo nulla di esterno. È questa zona che permette le fantasticherie, i ricordi, le proiezioni nel futuro, l’introspezione, la creatività, l’immaginazione.
La gioia della solitudine è leggere senza fine né obblighi. Camminare a caso fino a un felice esaurimento. Ascoltare gli insetti, dimenticare le e-mail, pranzare senza parlare, senza guardare uno schermo. Dormire due ore in pieno giorno, dimenticare il computer, guardare gli altri e guardare anche te stesso mentre vivi. I nostri momenti più felici sono spesso legati ad attività semplici, scollegate dalla realtà e non monetizzate. La gioia solitaria, sovrana, si annida in ciò che non impressiona nessuno.
L’estate, soprattutto quando mette in pausa le pretese, è un terreno fertile per l’arte della solitudine gioiosa. Ma bisogna comunque non riempirla, non cercare di renderla redditizia. Bisogna restare liberi, disponibili. Concedersi la noia come ci si concede un quadro nel pomeriggio: senza sensi di colpa. Ritrovare quel lusso spirituale che è il riposo.
Mi piace la domanda che pone Mary Oliver nella sua poesia La giornata d’estate : «Dimmi, cosa hai intenzione di fare della tua vita selvaggia e preziosa? » Alcuni giorni, la risposta potrebbe essere niente. Nient’altro che guardare il cielo, ricordarsi chi si è senza l’intervento di nessuno.
Respirare per te stesso, solo per te stesso.
Marguerite Yourcenar scriveva le sue pagine più belle durante i suoi ritiri silenziosi lontano da Parigi, a Petite Plaisance. La solitudine era per lei un’arte della densità. Si potrebbe pensare che assaporare i benefici della gioia solitaria significhi ritirarsi dal mondo. Non proprio. Significa tornarci in modo diverso, con una nuova lucidità ma anche con un piccolo sorriso che tieni dentro di te per bastarti. Questo ti permetterà, alla maniera di Albert Camus e quando arriverà la monotonia dell’inverno, di ricordarti che in noi rimane sempre un’estate invincibile.
A te le gioie calde e solitarie, le ore fluttuanti in cui nessuno ti cerca. A te questo lusso: essere legata solo dalla dolcezza del tempo.
Crediti: Holly Stapleton

Inès Leonarduzzi è una socio-ambientalista. Qualche anno fa ha fondato una ONG che difende e promuove un digitale meno energivoro e più rispettoso del nostro cervello. È autrice del saggio *Riparare il futuro* (Ed. Observatoire, 2021) e tiene conferenze in Francia e all’estero su vari temi, dall’ambiente alla cultura, passando per i nostri nuovi modi di vivere (insieme). A volte le capita anche di scrivere poesie. Ogni mese, per tutto il 2025, ti propone di ritrovarti su Aroma-Zone.com per parlare del tema della gioia, così da esplorare insieme le possibilità per una vita quotidiana che, nonostante le sue incognite, valga la pena di essere vissuta.