Tre anni fa, in pieno agosto, mi sono sentita crollare in silenzio. Ufficialmente ero in vacanza, ma mi svegliavo la mattina con un nodo alla gola, la mente piena di preoccupazioni, progetti lasciati in sospeso e urgenze che facevo finta di dimenticare. Non andava davvero male nulla, eppure tutto mi pesava. 


È stancante essere forte. Quell’estate, seduta da sola su una sdraio all’ombra della capanna da pescatori che avevamo affittato, non sono riuscita ad aprire il romanzo in cui volevo immergermi per smettere di pensare. Non sono riuscita a chiudere gli occhi nonostante il sole cocente che lanciava i suoi raggi più intensi. E non sono riuscita nemmeno a parlare con dolcezza, né con i miei cari né con me stessa. Ero in piedi e allo stesso tempo caduta da cavallo. 


Agosto è un mese strano. Ufficialmente dedicato al riposo, nasconde l’effetto contrario di questa promessa: una sorta di vertigine quando arriva la calma. Un faccia a faccia con te stesso. I corpi rallentano ma le menti continuano a girare. In questa pausa imposta, capita che tutto ciò che teniamo a distanza affiori, come una belva da dietro i cespugli. Agosto è un mese in cui la bussola va in tilt, quindi ci si perde come nel labirinto di Alice nel Paese delle Meraviglie: sei troppo grande per le porte piccole, troppo piccola per quelle grandi.


Mi ci sono voluti mesi per capire che il mio modo di vedere il mondo e la mia vita era cambiato. I miei sogni avevano cambiato consistenza. Credevo di essermi svuotata di energia, ma non era così. Niente affatto. La mia energia, piena e devota, era rimasta ai blocchi di partenza senza una direzione. L’energia che crediamo persa è come una grande onda pronta a ripartire ma che non sa dove andare. Mi ci è voluto del tempo per distinguere tra fallimento e trasformazione. Tra un passo falso e un cambio di rotta. Il desiderio non è morto, galleggia e aspetta solo la prossima riva. 


Un sogno che credevamo sicuro e che si trasforma, questo sconvolge tutto il nostro equilibrio interiore. Reimpostare la propria matrice, sì, è estenuante. Una stanchezza da cui non ti riprendi dormendo due notti in più, no. Il tempo inizia a fluttuare nonostante gli imperativi che non cedono mai. La cosa più crudele è forse che continuiamo a essere lodate per la nostra forza perché è quello che ci si aspetta da noi. Il terreno ci sfugge quando non c’è più spazio per cadere. Le donne sono forze della natura, lo si sa bene. Sono anche come gli uccelli: si nascondono per morire. Si tratta di un crollo senza crollo. 


Allora mi sono (davvero) chiesta: abbiamo il diritto di cambiare sogno? Sì, ovviamente. Ma è un diritto che a volte bisogna concedersi di nuovo. Il mondo ci guarda con gli occhi delle nostre versioni passate. Ho il diritto di essere diversa da come sono stata? Ho il diritto di non desiderare più ciò che ho impiegato tanti anni a costruire? Ho il diritto di smettere di sognare ciò che mi ha sempre fatto sognare?


Sì, ancora una volta. Ma questo sì non viene facile. Richiede di affrontare una sorta di lutto, di desacralizzare il passato senza rinnegarlo. Esige di liberarsi dallo sguardo degli altri e da quello che rivolgiamo a noi stessi. È come una casa che si ristruttura: trasformiamo ciò che sappiamo essere immutabile perché non abbiamo alcuna intenzione di andarcene.


Si resta, ma in modo diverso.



Quando un sogno muore, a volte è perché non è davvero nostro. Allora ci sentiamo malinconici per quel sogno, ma di chi è? Di un genitore? Di una persona cara? Di un mondo che valorizza certi percorsi a scapito di altri? L’imperativo di sognare, così tipico della nostra epoca, ci costringe a «pensare in grande», a coltivare una visione. Non ci lasciamo più trasportare dal nostro sogno, no, sarebbe troppo ingenuo. Lo trasformiamo in una strategia misurabile. Sognare in questo modo non è solo una trappola che porta all’esaurimento, ma anche un obbligo sociale. Io ho dei sogni. Ah, davvero? E tu no? 


Cambiare sogno, sognare più lentamente, più discretamente, significa anche adattarsi. Riconoscere che si evolve perché il desiderio, come una pianta, è un organismo vivente. Muta, appassisce, rinasce, fa fiori. Alcune estati, nessuno. E questo non è un tradimento.


In questa zona di mezzo, scomoda e sacra, è il momento in cui il vecchio non basta più e il nuovo non ha ancora un nome. Uno stato di muta in cui ci si può sentire vuoti, ai margini e illegittimi. Eppure è proprio lì che si sta compiendo qualcosa di radicalmente vivo. Lasciar andare non è mancanza di azione. Al contrario, è un atto attivo: apre lo spazio del possibile.


bell hooks scrive che “non possiamo amare ciò che non abbiamo il coraggio di conoscere.” Questo vale anche per i nostri cambiamenti. Per bell hooks, riconoscere le proprie trasformazioni interiori è un atto d’amore verso se stessi. Significa distaccarsi dall’immagine che gli altri proiettano su di noi per far emergere un sé più libero. bell hooks sottolinea che l’amore vero e fecondo richiede una conoscenza autentica di sé. Questo principio vale anche per i nostri sogni: amarli significa anche avere il coraggio di riconsiderarli e di lasciarli andare se non ci onorano più. Ci vuole uno sguardo tenero e consapevole su te stesso per riconoscere che il tuo sogno di ieri forse era bello, ma non sarà mai più quello di oggi.


Virginia Woolf, nel suo libro ⟪Una stanza tutta per sé⟪, scrive: «Ogni volta che mi siedo a scrivere, un angelo entra nella stanza e mi dice che non sono niente». Quello che esprime qui è la difficoltà di reinventarsi in un mondo che celebra la continuità ininterrotta e le donne che sanno mettersi da parte fino a dimenticare se stesse. Scrive anche in Le onde, che la vera bellezza spezza il cuore, in quanto ci costringe a una maggiore lucidità. Se la bellezza risveglia una gioia profonda, passa prima attraverso la vertigine dell’ignoto e la rottura con il familiare. Incide le difese che abbiamo eretto per far riaffiorare le emozioni sepolte.


Penso che i nostri sogni funzionino così. Forse, a un certo punto, devono persino rompersi un po’ per far emergere qualcos’altro. Una forma più autentica di gioia. Perché alla fine del percorso c’è una nuova leggerezza. Quando ti concedi di cambiare sogno, ti attraversa un’estasi inaspettata. Una gioia solida, che nasce dalla terra e promette di seguire un movimento che ci assomiglia. La gioia di vivere esiste solo in una storia che abbiamo scelto. Mai in quella che ci sforziamo di mantenere.


Cambiare sogno non significa quindi ricominciare da capo. Significa continuare in modo diverso, con più precisione, più tenerezza e soprattutto più libertà. È proprio questa libertà che oggi ho a cuore ed è di questa che volevo parlarti.


Viva i sogni che non sono più i nostri e quelli nuovi che arriveranno al momento giusto.

Cari saluti,

Inès Leonarduzzi.


Inès Leonarduzzi è una socio-ambientalista. Qualche anno fa ha fondato una ONG che difende e promuove un digitale meno energivoro e più rispettoso del nostro cervello. È autrice del saggio *Riparare il futuro* (Ed. Observatoire, 2021) e tiene conferenze in Francia e all’estero su vari temi, dall’ambiente alla cultura, passando per i nostri nuovi modi di vivere (insieme). A volte le capita anche di scrivere poesie. Ogni mese, per tutto il 2025, ti propone di ritrovarti su Aroma-Zone.com per parlare del tema della gioia, così da esplorare insieme le possibilità per una vita quotidiana che, nonostante le sue incognite, valga la pena di essere vissuta.